Piattaforma rivendicativa

FAMIGLIE R-ESISTENTI

Le famiglie omoaffettive esistono e resistono. Esistono nelle sentenze di step-child adoption, nelle quali è sottolineato che la relazione affettiva tra due persone dello stesso sesso, che si riconoscano come parte di un medesimo progetto di vita, costituisce a tutti gli effetti una famiglia, luogo in cui è possibile la crescita di un minore, senza che il mero fattore dell’omoaffettività possa costituire ostacolo formale. Esistono negli atti di trascrizione e di iscrizione all’anagrafe, che oltre al genitore biologico riconoscono il genitore sociale come madre e padre, riconoscendone a pieno titolo l’intenzionalità di essere genitore al di là del mero patrimonio genetico, così come avviene per le coppie eterosessuali che facciano ricorso alle tecniche di procreazione assistita mediante gameti esterni alla coppia.

Nell’incapacità della politica di palazzo di leggere e comprendere la realtà, nella cecità di chi non vuole vedere famigliE ma solo un unico tipo di famigliA che non è mai esistita, sono i giudici e i sindaci che hanno sancito l’esistenza delle famiglie omogenitoriali, la legittimità degli affetti, ma soprattutto l’interesse superiore dei figli e della figlie a vedere riconosciuti entrambi i genitori. Bologna in primis, e l’Emilia-Romagna, si stanno dimostrando traino per l’intera Italia in tema di diritti dei minori, tuttavia quella che vogliamo non è un’Italia a macchia di leopardo, non è un’Italia dove per potersi vedere riconosciuti come famiglia si debba cambiare città, ma un Paese in cui tutte le bambine e tutti i bambini abbiano il diritto a vivere con tranquillità nella propria famiglia, indipendentemente da chi siano i loro genitori, indipendentemente da dove vivano, indipendentemente dal fatto di potersi permettere o meno il percorso per l’adozione coparentale.

Vogliamo poi promuovere un’idea di genitorialità che non sia soltanto riconducibile a un modello egemonico ma che raccolga la sfida di decostruirlo e che nomini  le forme di relazione a cui affidiamo la nostra riproduzione: biologica, culturale e politica. In questo senso vanno considerate anche le esperienze di coparenting, ignorate attualmente sul piano legislativo, che affrontano il percorso della genitorialità esplorando modelli alternativi che comunque tengono al centro il primario interesse del minore. Riteniamo necessaria una riforma della legge sulle adozioni, che permetta anche alle persone singole e alle coppie dello stesso sesso di poter accedere all’istituto adozione. Inoltre, chiediamo che finalmente sia possibile in Italia l’accesso alla PMA per tutte le donne, eterosessuali, bisessuali e lesbiche singole, come per tutte anche in coppia. Chiediamo che il matrimonio sia una possibilità per tutt* e che siano le persone a scegliere e non lo Stato a precluderne  l’accesso a una parte della popolazione, cioè gay e lesbiche, a cui viene destinato un istituto giuridico ad hoc. Vogliamo che si riconoscano le scelte diverse delle persone LGBTIAQ le scelte Delle persone singole, le scelte di convivenza, e anche i tentativi di costruzione di piccole comunità e gruppi solidali, che costituiscono delle vere e proprie reti affettive, che vanno oltre i legami di consanguineità e generano nuove forme di vita comune, in cui c’è sostegno morale ed economico, cura e soprattutto libertà. Le relazioni e le famiglie sono lo specchio di una società in continuo mutamento: in particolare le relazioni che caratterizzano la vita di relazione delle persone LGBTIAQ evidenzia le carenze di un modello basato solamente sulla coppia eterosessuale unita in matrimonio e sulla famiglia cosiddetta “tradizionale”.

CORPI TRANS R-ESISTENTI

Per le comunità trans la r-esistenza dei corpi rimane centrale. Come persone trans veniamo sottoposte e resistiamo a uno standard “cis-normativo”, che ci costringe a parlare di noi stess* attraverso una narrativa dominante che spesso non ci appartiene, non proviene dai nostri movimenti e non rispecchia le nostre complessità. Le retoriche del “nati nel corpo sbagliato” e della sofferenza individuale rispetto ai nostri percorsi vengono spesso universalizzate come le uniche possibili, e sono i criteri di accesso ai servizi sanitari, alle strutture amministrative e di accoglienza, e all’agibilità sociale. Questo sistema tende a “prenderci a carico” in modo paternalistico, tuttavia non valorizza le nostre conoscenze, quelle che vengono dalle nostre esperienze e dalle nostre visioni della realtà, ma spesso ci obbliga a conformarci. Inoltre privilegia alcune esperienze trans rispetto ad altre, negando l’accesso ad alcune soggettività. Quali sono i corpi e le esperienze trans che sono dette “esistenti” e che quindi possono accedere ai servizi, e quali no? Chi è “davvero” trans e chi no? Chi è accettabile e chi no? Espressioni di genere non binarie, o percorsi di transizione diversi da quelli codificati dal sistema istituzionale vengono silenziate e marginalizzate.

L’autodeterminazione è il cuore delle nostre lotte. Resistiamo contro l’esclusione sistematica delle nostre esistenze e la marginalizzazione delle nostre esperienze, conoscenze, istanze, competenze e prospettive. Crediamo sia necessario cambiare le strutture di potere, riprenderci i nostri corpi, le nostre identità, le nostre voci, e i nostri saperi. Vogliamo produzioni culturali che non solo includano le persone trans, ma che incarnino una prospettiva trans, fatta di immaginari plurali sui corpi, i desideri, le esperienze e le identità. Chiediamo una riflessione condivisa, all’interno e al di fuori delle comunità trans, sulla necessità di ripensare insieme gli spazi sociali quali i servizi sanitari, le procedure amministrative, e le pratiche organizzative e i processi decisionali, per una presa di parola trans che si traduca sempre più in una trasformazione delle pratiche.

Nell’attuale contesto socio-politico e culturale, sia a livello nazionale che internazionale, le persone trans sono ancora ad alto rischio in termini di povertà, discriminazione sul lavoro, esclusione sociale. In particolare quelle vulnerabilità sociali legate alle migrazioni, alla razzializzazione, all’anzianità, alla classe, alla disabilità, al sex work. Noi non lottiamo solo come persone trans, lottiamo contro le destre, contro i fascismi, contro i razzismi, l’islamofobia, la stigmatizzazione del sex work, la legittimazione del precariato e dello sfruttamento lavorativo. Esistiamo in quanto persone trans, coi nostri corpi plurali, e con questi corpi resistiamo per coltivare i diritti ottenuti e continuiamo la lotta.

Il nostro diritto ad autodeterminare i nostri corpi e le nostre identità non possono dipendere da una sentenza di tribunale, come tuttora previsto dalla legge 164 del 1982, (una legge che parla solo di sesso e non di genere). Il riconoscimento legale delle nostre identità di genere e dei nostri nomi, così come l’accesso alle chirurgie desiderate, non posso dipendere da una procedura giudiziale, bensì da procedure amministrative più snelle.  

Indispensabile inoltre che la legge stabilisca in modo chiaro ed indiscutibile la non obbligatorietà di alcun percorso ormonale e chirurgico come condizione di un riconoscimento legale, tutelando l’autodeterminazione dei minori trans, in primis garantendo loro l’accesso alla transizione anche in caso di dissenso di chi ne detiene la responsabilità genitoriale.

Il diritto delle persone trans ad autodeterminarsi si estrinseca anche nell’integrazione nel mondo del lavoro, nell’accesso ad un reddito ed all’indipendenza economica. Le politiche del lavoro a livello regionale e locale devono posizionarsi chiaramente contro tali discriminazioni, per esempio incentivando programmi di educazione alle differenze e favorendo programmi di formazione professionale accessibili anche alle persone trans. Lo stigma e la discriminazione conducono ancora oggi troppe persone trans in situazioni di precarietà economica ed esistenziale, cui consegue spesso la scelta obbligata della prostituzione.

L’autodeterminazione delle persone trans è di fatto ostacolata dall’impossibilità concreta di esercitare il diritto alla salute per l’assenza di servizi omogenei su tutto il territorio nazionale relativi ai percorsi psicoterapeutici ed endocrinologici. È urgente che la Regione Emilia-Romagna garantisca l’accesso gratuito a tali servizi presso strutture sanitarie pubbliche in tutte le aree della regione, avendo cura di organizzare ed erogare tali servizi con la collaborazione ed il coinvolgimento attivo delle associazioni operanti sui territori, in quanto soggetti in grado di recepire al meglio le esigenze dell’utenza. Sempre nell’ottica di rendere tali servizi accessibili a tutt* ed efficienti, è necessario assicurare una specifica formazione al personale medico-sanitario ed in generale a tutti gli operatori che intervengono a vario titolo nei percorsi di transizione, anche al fine di rendere le procedure adattabili alle specifiche esigenze ed ai vissuti individuali, che rimangono sempre unici e mai “standardizzabili”.

I servizi community-based riguardanti la salute delle persone trans erogate nei vari territori devono essere potenziati e valorizzati, nella consapevolezza della loro fondamentale valenza socio-politica ed insostituibile contributo alla salute ed al benessere psico-fisico delle persone trans. Ovviamente tali servizi ed iniziative non possono lasciar spazio ad una deresponsabilizzazione del servizio sanitario nazionale in termini di accessibilità e per ciò che riguarda la gratuità “off the label” dei farmaci usati per i percorsi ormonali.

SCUOLE R-ESISTENTI

La scuola è il luogo in cui si cresce come individui e si definisce la propria personalità, in cui ogni singol* inizia a conoscere il proprio corpo e a sviluppare la propria mente. Tuttavia, la scuola non è ancora il luogo in cui tutti i corpi possono essere sicuri, liberi e visibili. Lì dove dovremmo parlare di educazione alle differenze, di non-conformità, di sessualità e di affettività, assistiamo invece a un moltiplicarsi di pratiche esclusive e di ostacolo al sereno lavoro dell’educatore/trice e delle classi.

Il clima politico e sociale che si respira in Italia si è infatti imposto come catalizzatore di pratiche di prevaricazione non solo tra pari, in cui si prendono di mira le caratteristiche di genere, identità e orientamento non conformi, alimentati da anni di stereotipi interiorizzati, ma ha alimentato anche quelle dirette contro le e gli insegnanti, vittime, come i/le loro student* di una visione binaria sempre più radicale.

La scuola non è un luogo sicuro nemmeno per il libero insegnamento, costituzionalmente garantito. Va contrastata in ogni modo l’ingerenza di associazioni neo-fasciste sul territorio e a livello istituzionale, che è drammaticamente in crescita: la scuole di Bologna lo scorso settembre sono state “schedate” dai gruppi no-gender sulla base dei progetti di educazione alle differenze presenti nelle loro programmazioni, hanno visto intimidazioni ai propri insegnanti per la promozione di attività di educazione di genere e affettività,  fino all’arrivo in città dei “bus arancioni”, finanziati dalle suddette associazioni, che hanno girato tutta l’Italia portando la loro becera propaganda omolesbobitransfobica mirata a colpire “il gender nelle scuole”.

Il grande assente è quindi lo Stato, che in anni di pseudo-riforme non ha saputo fornire adeguati strumenti per la prevenzione ed il contrasto delle problematiche discriminatorie che inevitabilmente emergono nel corso del processo educativo ma che in questa fase storica stanno mutando in forme prima ignote, amplificate da media e social. Uno Stato che non tutela gli e le insegnanti dalle vessazioni messe in atto da gruppi politici estremisti, anti-abortisti e neofascisti, che burocraticizza l’insegnamento, svilendo la libertà didattica e creativa con carichi di lavoro amministrativo da scuola-azienda; che non offre soluzioni al rapporto genitori-insegnanti, anzi snatura la credibilità educativa della scuola e delle sue scelte appoggiando la diffusione indiscriminata del “consenso informato” sulle sue attività; che non solo non assicura adeguato supporto a chi subisce discriminazioni e attacchi LGBTIAQ-fobici dentro la scuola, ma emana “Linee guida di educazione al rispetto” per le scuole evitando colpevolmente di nominare, per ipocrisia politica, la piaga dell’omolesbobitransfobia.

Nella scuola la visibilità di sé deve essere la norma, senza che nessun*, sia student* o insegnante, debba nascondere la propria sessualità, il proprio orientamento religioso se non perfino la propria provenienza. Rivendichiamo una scuola dove l’obiettivo primario è l’autodeterminazione de* singol*, che formi persone e cittadin* fornendo gli strumenti per saper leggere e affrontare la realtà che l* circonda.

Non si può educare al rispetto per prevenire la violenza di genere senza parlare di sessualità e di affettività ai bambini e alle bambine.

In un’epoca di sessualizzazione dei mass media, in cui è youporn il principale strumento di conoscenza e scoperta del sesso da parte dei giovanissimi, è impellente la necessità che certi temi entrino a pieno diritto nelle scuole dove tutte e tutti possano finalmente avere una conoscenza della sessualità, che non è solo prevenzione di malattie o di gravidanze indesiderate, ma anche e soprattutto amicizia, sentimenti di sicurezza, di protezione e di rispetto.

MIGRAZIONI R-ESISTENTI

In questo clima di profonda xenofobia, di razzismo e di neo-fascismo, le persone migranti sono fra le più strumentalizzate dai discorsi politici, per questo è fondamentale sottolineare l’istanza migrante al Pride.

Questo ha come risultato la riduzione delle persone a corpi che occupano uno spazio più o meno decorosamente. La persona migrante è ridotta ad un numero, ad una percentuale, ad un 2,4 su mille abitanti, a un’etichetta affibbiata a priori dalla società, al colore della pelle, negando la sua umanità e impedendo alla società di provare empatia.

Viene ridotta ad uno stereotipo, a un problema. Il/la migrante non viene più percepita/o come una persona, ma come un corpo ingombrante che viola gli spazi, con una vita indegna di essere vissuta. Lo si rinchiude in un centro, nascondendolo agli occhi del mondo già multietnico e interreligioso, applicando politiche feroci e disumane.

In un’ottica come quella LGBTIAQ, ci siamo trovati a parlare esclusivamente di comunità LGBTIAQ in Europa, usando un lessico eurocentrico e occidentalizzato, senza renderci conto che al di fuori di questo posto c’è un mondo intero ricco di differenze e di complessità.

È pertanto un diritto avere accesso libero a informazioni complete e veritiere anche su quello che accade al di fuori dell’Italia, e un dovere da parte della società assicurarsi che ogni singolo individuo abbia la possibilità di fruirne. La censura, o il pinkwashing – la strumentalizzazione da parte di autorità dei diritti LGBTIAQ per il proprio tornaconto politico – non sono accettabili. L’informazione allarga i nostri orizzonti e avvicina le culture. I pregiudizi e gli stereotipi si possono eliminare attraverso la conoscenza dell’altro, ma non può esserci vero dialogo dove prosperano disinformazione o censura.

Il Pride non è solo un momento di festa, è la rivendicazione dei nostri corpi, della lotta contro la conformazione impostaci dalla società. In una società che rifiuta l’accoglienza, il nostro Pride sarà come sempre un’invasione dello spazio pubblico, un momento di libertà e di rispetto in cui tutto ciò che è diverso diventa visibile nel suo orgoglio e nella sua bellezza. A questo Pride rivendichiamo anche la nostra appartenenza a gruppi etnici, culturali e religiosi diversi e la nostra individuale libertà di seguire o non seguire tradizioni, modelli e precetti legati a queste identità. Di fronte a chi rifiuta le persone o le richiude in un centro, noi apriamo le porte e scenderemo in piazza per accogliere e farci accogliere.

Noi abbiamo pertanto il dovere di dimostrare che una società fondata sull’inclusione è possibile e necessaria. A questa società chiediamo uno sforzo, per far sì che il Pride non sia l’unico giorno in cui possiamo rivendicare la nostra r-esistenza. Chiediamo una politica di accoglienza delle persone migranti, che consiste nell’immediata riapertura dei porti e nel rispetto della libertà religiosa di ognun*. Chiediamo una maggiore preparazione e formazione di tutte le persone che lavorano nei centri di accoglienza, finalizzata alla tutela della componente migrante LGBTIAQ. Chiediamo che venga rispettato il diritto fondamentale all’asilo politico, tramite una maggiore attenzione alle richieste, che dovranno essere valutate con attenzione e non respinte senza criterio, per tutelare gli interessi delle persone richiedenti.

FEMMINISMI R-ESISTENTI

Da circa tre anni in tutto il mondo, dal Sud America all’India, e anche in Italia, partendo dal movimento nato in Argentina Ni una menos, centinaia di migliaia di donne, femministe, trans*, sex workers, soggettività LGBTIAQ, sono scese in piazza per dire basta ai femminicidi, alla violenza maschile sulle donne, alla violenza di genere e per affermare la propria autodeterminazione.

La violenza maschile sulle donne non è né un fatto privato né un’emergenza, ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, che affonda le sue radici nel sistema patriarcale eteronormativo capitalistico.

La violenza di genere attraversa ogni aspetto dell’esistenza, controlla i corpi e le vite delle donne e di tutte le soggettività non conformi in ogni momento e in ogni luogo: famiglia, lavoro, scuola, strada, ospedali, media e web. Questa violenza sistemica può essere affrontata solo comprendendone la complessità.

Le donne lesbiche e bisessuali nella nostra regione assieme ai centri antiviolenza lavorano già da un paio d’anni sulla violenza di genere e la violenza nei loro rapporti, cercando di portare alla luce le dinamiche che possono esistere anche nelle relazioni tra donne. Questo lavoro prezioso di riconoscimento e di emersione della questione ha portato all’apertura di linee telefoniche di ascolto e sportelli per lesbiche e bisessuali.  Dopo un anno e mezzo di attività, è importante continuare nel lavoro di ascolto e accoglienza, così come nella formazione continua.

Fondamentale è il lavoro di custodia e di garanzia della riservatezza e dell’anonimato dei dati che vengono raccolti, così come è cruciale il lavoro di ricerca e progettazione per proseguire.

La comunicazione dell’esistenza del servizio è necessaria per far sapere alle donne lesbiche e bisessuali che si trovino in condizioni di difficoltà, discriminazione, violenza lesbofobica familiare o ambientale, o violenza nelle relazioni affettive e di coppia, che c’è una possibilità di ascolto e di accoglienza per loro.

La nostra richiesta politica qui è del sostegno e del contributo politico e strategico anche attraverso contributi economici e di facilitazione nella costruzione di una rete proficua e vantaggiosa per chi vive in Emilia Romagna e di una buona pratica per tutt*.

Il 2018, inoltre, ha già visto nella prima metà un’incredibile mobilitazione di milioni di donne dall’America Latina all’Irlanda per rivendicare la piena libertà di decidere sul proprio corpo, lottando fortemente per la legalizzazione dell’aborto.

L’Italia, a quarant’anni dall’approvazione della legge che prevede l’interruzione volontaria di gravidanza, si trova invece in una situazione differente.

Il costante aumento dell’obiezione di coscienza del personale medico-sanitario, previsto dalla legge, sta vanificando la libertà di interrompere una gravidanza indesiderata o di ricorrere alla contraccezione d’emergenza. Il risultato è una vera e propria obiezione “di struttura”, che vede coinvolti oltre il 70% dei ginecologi a livello nazionale e almeno il 56% a livello regionale.

L’obiezione di coscienza è diventata uno strumento politico, diffuso e promosso soprattutto da esponenti del Movimento per la Vita, al fine di negare alle donne la piena capacità di decidere del proprio corpo. Si tenta di imporre alle donne la riproduzione, rendendo quasi impossibile abortire in modo sicuro e gratuito, mentre al tempo stesso si fa di tutto per ostacolare l’accesso delle persone LGBTIAQ alla riproduzione.

E’ fondamentale garantire l’applicazione della legge 194/78, accertando che il servizio di interruzione volontaria di gravidanza sia assicurato con continuità e che i medici siano tenuti a rilasciare i certificati di autorizzazione, anche rendendo noti al pubblico i turni e le fasce orarie di sicura presenza di non obiettori. Inoltre, sono necessarie campagne educative alla contraccezione e la creazione di un organo di monitoraggio regionale che riguardi gli aborti clandestini, l’obiezione di coscienza, sia complessiva che nelle singole strutture.

E’ necessario continuare a lottare per il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito e allo stesso per il riconoscimento delle scelte non riproduttive, per liberarci dall’obbligo sociale della maternità.

SPORT R-ESISTENTI

Lo sport è spesso, nelle sue forme più note e rappresentate, legato a un contesto escludente, discriminatorio.

Solo di recente, lo sport, grazie anche al maggiore riconoscimento del ruolo delle donne, attraverso la sua funzione educativa e alla capacità di creazione e codifica di stereotipi, lentamente sta contribuendo alla trasformazione del nostro immaginario: l’educazione corporea, il rispetto della diversità sotto ogni sua forma, sono aspetti fondamentali nella formazione di un soggetto adulto e consapevole.

Lo sport, che aiuta nell’educazione e nella formazione delle persone, contribuisce anche ad alimentare alcune contrapposizioni, ad esempio: collaborazione e rispetto versus competizione e desiderio di primeggiare. L’equilibrio tra le due componenti è molto complesso. Nel corso del tempo si sono definiti veri e propri stereotipi delle/degli sportive/i ai quali si sono sommati elementi legati ad altri stereotipi quali la virilità e il machismo, la femminilità e la debolezza, fornendo un potenziale fondamento a molteplici tipi di discriminazioni, da quelle razziali a quelle di genere, da quelle basate sull’orientamento sessuale a quelle basate su imperfezioni fisiche.

Non è un caso che l’ambiente sportivo sia uno di quelli dove gli adolescenti vivono un grande disagio. Subiscono episodi di emarginazione e bullismo, patiscono pressioni di stereotipi e modelli al fine di ottenere riconoscimento e integrazione sociale e imparano a vivere con difficoltà e imbarazzo il rapporto col proprio corpo.

Per questo diventa fondamentale recuperare l’aspetto più includente dello sport, quello che supera le differenze sulla base di valori, regole e intenti condivisi; quello che vede nell’altro una risorsa; quello che non vede nemici, ma avversari da rispettare; quello che vede nella competizione uno stimolo per coltivare e far crescere le proprie risorse e potenzialità; quello che riconosce lo sforzo e i risultati, gli impegni di ciascuno per quello che può esprimere e non in confronto a un modello di riferimento; quello che usa il corpo come strumento di esplorazione, conoscenza e integrazione, non come arma escludente.

Lo sport può diventare un piccolo laboratorio dove sperimentare una società basata sulla libera espressione di sé con la consapevolezza dell’accettazione incondizionata e del rispetto da parte delle compagne e dei compagni. Un luogo dove il proprio genere, il proprio orientamento sessuale, la propria religione, la propria etnia, il proprio corpo non diventino elementi divisivi o fonte di imbarazzo, ma ricchezza per sé stessi e per il gruppo. Attraverso lo sport si possono creare ambienti dove le persone si sentano fiere del proprio corpo e di quello che sono, riuscendo a sviluppare e realizzare il proprio potenziale, prendendo consapevolezza della propria r-esistenza.

Per questo motivo noi vogliamo proporre a tutti i livelli, nei nostri progetti, durante le nostre interlocuzioni con gli enti pubblici, le scuole, le società sportive, le associazioni sportive, un modello basato sulla visibilità di tutte le soggettività e tutti i corpi nella società, visibilità che dve passare attraverso la comunicazione, l’informazione, la formazione e la partecipazione. Purtroppo nelle società sportive, nelle scuole, nelle palestre e negli sport agonistici di alto livello gli stereotipi, cui prima si faceva cenno, sono ancora molto forti e condizionanti. Il cambiamento quindi è fondamentale per permettere la libera espressione dei corpi, in tutte le loro sfumature.

DISABILITA’ R-ESISTENTI

Riteniamo che le istanze e i bisogni specifici delle soggettività LGBTIAQ con disabilità siano trasversali.

Il paradigma abilista dominante – la concezione che dà per scontata l’abilità di tutti i corpi –  genera oppressione nei confronti delle soggettività che vivono una condizione di disabilità.

I corpi delle persone con disabilità sono corpi che spaventano, turbano, impietosiscono. Sono corpi a lungo occultati, ancora oggi segregati in casa o in istituti. Corpi ospedalizzati, posti ai margini, lontani dalla vista, ritenuti non degni di vivere.

Questo modello, come si evince dal Secondo Manifesto dei diritti delle donne e delle ragazze con disabilità, favorisce contesti di violenza.

È stimato che il numero delle donne con disabilità che subisce violenza sia tre volte più alto delle donne senza disabilità. Una soggettività con disabilità LGBTIAQ migrante è soggetta a discriminazioni multiple. Il movimento delle persone con disabilità oggi è sempre più forte e rivendica il diritto all’autodeterminazione e a vivere una vita indipendente con la piena libertà di esercitare le proprie scelte di vita. Non più oggetti di politiche ma soggetti.

I corpi delle persone con disabilità LGBTIAQ vogliono conquistare spazi, prendere parola e rivendicare il diritto a partecipare attivamente alla vita politica.

Perché si concretizzi questo, in linea con l’articolo 29 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, noi riteniamo  sia un punto imprescindibile che tutti gli spazi a partire da quelli LGBTIAQ in Convenzione con il Comune siano pienamente accessibili in un’ottica di inclusione. Quotidianamente molti corpi delle soggettività disabili sono toccati, lavati, spostati, da chi li assiste. Considerare questi stessi corpi come soggetti desideranti e desiderati è ancora un tabù. È cruciale diffondere tra assistenti personali, associazioni e famiglie una cultura accogliente verso la sessualità in tutte le sue sfumature.

In Italia l’istituzione dell’osservatorio nazionale sull’assistenza sessuale ha permesso nel 2014 la stesura del ddl 1442, che prevede l’introduzione dell’elenco di assistenti per la sana sessualità e il benessere psico-fisico. La figura dell’assistente sessuale ad oggi non è ancora  riconosciuta nel nostro Paese, per questo chiediamo che il disegno di legge venga calendarizzato in Parlamento.

PREVENZIONE E INFORMAZIONE R-ESISTENTI

L’informazione pubblica su HIV, AIDS e la prevenzione è sempre pochissima e sempre meno si investe nella comunicazione su questo. Il silenzio sul tema rimane tra le cause principali dell’aumento dei contagi e delle diagnosi tardive anche a Bologna e in Emilia-Romagna: è necessario superare questa impasse e far sì che l’abbattimento del numero delle infezioni e l’aumento dei test fatti rientri tra gli obiettivi primari della sanità pubblica.

E’ urgente garantire l’accesso libero al test ai minorenni. Non sconfiggeremo mai l’HIV senza sconfiggere lo stigma che ancora colpisce le persone sieropositive.

E’ necessario diffondere senza esitazioni l’informazione che le attuali terapie, gratuitamente garantite in Italia, consentono alle persone sieropositive di vivere al pari delle persone sieronegative e le rendono incapaci di trasmettere il virus quando raggiungono lo stato di viremia non rilevabile.

Bisogna rendere noti e finalmente accessibili tutti gli strumenti a disposizione oggi per fare sesso più al sicuro da HIV: il profilattico, la TasP (Terapia come Prevenzione), la PEP (Profilassi Post-Esposizione), la PreEP (Profilassi Pre-Esposizione), strumento ancora non disponibile in Italia e che consente alle persone sieronegative di prevenire il contagio attraverso l’assunzione corretta di un farmaco.

Bologna si distingue nel panorama nazionale per l’offerta di servizi community-based offerti in sussidiarietà riguardanti la salute delle persone LGBTIAQ, dal Consultorio Trans del MIT al BLQ Checkpoint di Plus. Si tratta di esperienze importanti che si trovano spesso anche a sopperire alle lacune del pubblico e di altri territori, chiamate a rispondere a richieste provenienti da tutto il paese anche quando pensate – e finanziate – per rispondere a una domanda locale. Queste esperienze meritano di essere valorizzate – e potenziate – non nell’ottica di una sostituzione del servizio pubblico, ma in quella di una moltiplicazione e diversificazione dell’offerta.

 

Progettato con Creattica. Offerto da WordPress.