Documento Politico Bologna Pride 2016

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Piattaforma politica

0 – Premessa


Il 25 giugno 2016 il Pride Libera Tutt*. Il Bologna Pride ha deciso di puntare sulla libertà, intesa come possibilità di essere, di vivere, di scegliere, di definirsi o di non definirsi, all’interno di una comunità che isola e contrasta omo-bi-lesbo-trans-fobia, sessismo, razzismo e ogni altra forma di discriminazione. Nel 2015 il Bologna Pride aveva presentato alla città un documento che per la prima volta metteva in relazione le rivendicazioni e i bisogni di una rete ampia ed eterogenea di realtà. Quello strumento ha dimostrato la sua efficacia portando ad alcune conquiste concrete, realizzate attraverso un dialogo proficuo con le istituzioni e il tessuto associativo della città.

Tuttavia, per la città di Bologna l’anno trascorso è stato evidentemente critico nella relazione tra realtà autonome (associazioni, collettivi informali, famiglie) e spazio pubblico. A venire meno in alcune occasioni è stato l’ascolto e il riconoscimento di quei gruppi che creano valore e innovazione sociale per la città, intercettando bisogni particolari spesso invisibili, producendo pratiche e visioni differenti da quelle predominanti e consolidate. In queste occasioni, Bologna è stata attraversata da un dibattito politicamente arretrato, sfociato in alcuni casi in azioni di ordine pubblico autoritarie e violente.

Inoltre, sul piano nazionale il dibattito sulle unioni tra persone dello stesso sesso, seppur proiettato a produrre un avanzamento in termini di riconoscimento e tutele, è stato caratterizzato da un significativo  arretramento in fase di approvazione che ha consolidato lo spazio politico nel quale si reitera il paradigma della “famiglia tradizionale”. Questa legittimazione ha di conseguenza prodotto un’impennata nel discorso mediatico omotransfobico, sessista e razzista, sdoganando parole d’odio in ogni luogo, istituzionale e non, e offrendole in dose abbondante a ogni pubblico. Abbiamo assistito anche all’imbarbarimento del dibattito sulla procreazione, tenuto in ostaggio dall’ortodossia del vincolo biologico e incapace di interrogarsi su come si generano non i corpi, ma le opportunità di cui avranno bisogno, le relazioni, la cultura, la società.

Prende forza e si espande anche in questo contesto la trappola dell’obiezione di coscienza, uno strumento di origine pacifista totalmente stravolto nel suo significato e nel suo uso da numerosi gruppi fondamentalisti cattolici per diventare un filtro liberticida. A esserne colpite sono innanzitutto le donne, la cui libertà di accedere a farmaci contraccettivi e di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza è ostacolata sempre più spesso; a loro si aggiungono le coppie samesex, il cui riconoscimento è già sotto la minaccia dei “sindaci obiettori”. Anche per questo il Bologna Pride 2016 ha scelto come parola chiave la libertà.

Forti dell’esperienza del 2015 il Bologna Pride ha deciso di ampliare la sua pratica politica ad una rete più vasta, costruita attraverso una chiamata cittadina aperta e consolidata poi in uno spazio politico di confronto costante dall’autunno fino all’appuntamento del 25 giugno.   La rete è composta da: Agedo Bologna, Amnesty International Emilia Romagna, Arcigay Il Cassero, ArciLesbica Bologna, Associazione Orlando, Associazione Universitaria Arcigay Uni LGBTQ, Bogasport, Famiglie Arcobaleno Emilia Romagna, I.D.A. Iniziativa Donne AIDS, IndiePride – Indipendenti contro l’omofobia, Komos – coro gay di Bologna, LILA Bologna, MigraBo LGBT, M.I.T. Movimento Identità Transessuale, Piazza Grande, Renbooks, U.A.A.R. Unione Atei Agnostici Razionalisti Bologna.

Le riflessioni  e le proposte che seguono rappresentano l’esito del percorso di confronto tra tutte queste realtà.

1 – Contrasto all’omo-lesbo-bi-transfobia e alle altre discriminazioni


Le discriminazioni riservano, nella medesima situazione, un trattamento diverso (di solito peggiore) ad alcune persone, sulla base della loro identità o della loro condizione. Esse in generale limitano l’esercizio dei diritti e possono concretizzarsi nella violenza verbale o fisica, oppure nella negazione o limitazione dei beni di prima necessità, dell’accesso ai servizi essenziali, al lavoro, all’istruzione, all’alloggio, all’assistenza sanitaria. Si può essere discriminati direttamente, da norme o gruppi sociali, oppure indirettamente, quando pratiche o leggi apparentemente neutre producono in realtà uno svantaggio per un gruppo particolare di persone.  Nel caso delle persone lgbti, all’origine  della discriminazione troviamo una diffusa omo/lesbo/bi/transfobia, profondamente radicata nella nostra cultura, al punto da essere regolarmente replicata. Questa discriminazione si mescola nel caso della lesbofobia col sessismo e il maschilismo ancora così forti nel nostro Paese.

Le persone lgbti, immerse in questa cultura dominante, arrivano in alcuni casi a interiorizzare l’omofobia e a censurare di conseguenza l’espressione della propria identità, fino a maturare addirittura un’ostilità verso chi la esprime. E le stesse persone lgbti, d’altronde, in molti casi non sono incolpevoli dal replicare esse stesse dinamiche di omofobia, bifobia, lesbofobia e transfobia .

La discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere non è un fenomeno isolato, anzi si sovrappone e si intreccia con tutte le altre discriminazioni, così come si sovrappongono e si intrecciano in ciascun individuo i tratti identitari. Ad esempio la composizione di omotransfobia e ageismo, cioè la discriminazione per età, aumenta in maniera esponenziale il rischio di solitudine, di marginalizzazione e di povertà. Nel caso dei migranti, poi, l’omotransfobia, spesso insostenibile nei contesti di provenienza e nella comunità di connazionali, si somma nel rapporto con l’altro a un’ostilità razzista che rende queste persone doppiamente bersagli. Ulteriormente colpite, all’interno di queste comunità, sono le donne lesbiche, che alle discriminazioni già descritte sommano gli esiti della cultura sessista del Paese di provenienza e di quello che le accoglie; o le persone trans, la cui discriminazione è persistente e a volte drammatica.  Allo stesso modo si compongono le discriminazioni che colpiscono le persone disabili, quelle povere, e tutte le identità che non si allineano ai modelli della cultura dominante.

Le azioni che occorre mettere in campo nel contrasto alle discriminazioni non possono perciò non tener conto di questa complessità e devono a loro volta essere risposte complesse. Non solo: l’investimento che le istituzioni sono chiamate a mettere in campo in tema di contrasto alle discriminazioni attraversa diversi livelli di responsabilità, dal vigilare che nessuna discriminazione – diretta o indiretta – filtri l’accesso delle persone a luoghi e servizi pubblici, al contrasto alle discriminazioni che attraversano il tessuto cittadino, alla rimozione degli ostacoli che precludono le pari opportunità, alla promozione dell’empowerment dei gruppi discriminati, fino alla tutela e alla presa  in carico delle vittime di discriminazioni.

Non può mancare perciò un investimento concreto in strumenti e azioni di mediazione culturale, così come sono ineludibili percorsi di formazione rivolti tanto al personale della pubblica amministrazione quanto agli operatori e alle operatrici attivi nel welfare, nella scuola, nell’università, nelle imprese. In particolare si raccomandano dialogo e confronto tra servizi Asp e associazioni, per progettare percorsi formativi e risposte efficaci a bisogni specifici.  Un’attenzione particolare  meritano gli ambienti del tempo libero e lo sport in particolare, nei quali è urgente intervenire per abbattere i pregiudizi consolidati e correggere le discriminazioni di genere e orientamento sessuale. Analogamente l’Università, che accoglie e accompagna studenti e studentesse in un tratto importate della loro formazione, è necessario si responsabilizzi concretamente nel sanzionare crimini e parole d’odio, facendosi carico tanto dei luoghi di studio quanto di quelli residenziali e ricreativi nei quali si articola la quotidianità delle iscritte e degli iscritti. Nell’ambito del welfare e dei servizi di accoglienza, è necessario progettare servizi dedicati per le persone lgbti, in quanto portatrici di bisogni specifici e perché esposte ne luoghi di marginalità a un’omotransfobia più elevata e persistente.

In tema di tutela delle vittime  di omotransfobia, occorre aprire una riflessione particolare su adolescenti e giovani, coinvolgendo le istituzioni a loro più vicine (Scuola e Università in primis) e le strutture che danno accoglienza per ragazze e ragazzi  in difficoltà.  È necessario interrogarsi infatti su quanto l’omotransfobia persista e sia replicata anche all’interno della comunità sotto tutela e sulla necessità di progettare soluzioni particolari per le persone lgbti (appartamenti protetti, ad esempio).

Tutte le buone pratiche messe in campo o quelle di cui si intravede la necessità devono essere percepite come una ricchezza da condividere attraverso le reti con cui dialogano tra loro le pubbliche amministrazioni. La rete Re.a.dy in particolare (alla quale Bologna e alcuni Comuni della provincia aderiscono) deve diventare sempre di più un’opportunità per attingere e mettere in circolo esperienze, soluzioni, punti di vista e per condividere mete e strategie.

Infine, in ambito legislativo è urgente che il Parlamento approvi una buona legge contro l’omotransfobia, efficace nel produrre sentenze e che non conceda attenuanti alle parole e ai crimini d’odio. Ma occorre anche che la Regione Emilia-Romagna recuperi il ritardo che ha rispetto a diverse altre Regioni, nell’approvazione di una legge regionale contro l’omotransfobia, in grado di mettere a sistema azioni di monitoraggio e contrasto del fenomeno su scala ampia.

2 – Autodeterminazione dei corpi


La libertà di scegliere come disporre del proprio corpo è il cuore dello scontro con un sistema politico sociale culturale che si fonda sul controllo e sulla regolamentazione della vita e della sua fine. Poter scegliere chi amare, poter adeguare il proprio corpo all’identità di genere, poter scegliere se e come diventare genitore e se porre fine alla propria vita, sono le libertà più ostacolate, combattute e temute dalle forze conservatrici. La lotta per l’autodeterminazione dei corpi è inevitabilmente il filo rosso che unisce le rivendicazioni dei movimenti trans-femministi e dei movimenti lgbti in grado di minare le fondamenta patriarcali ed eteronormative della società contemporanea.

Lo spropositato aumento dell’obiezione di coscienza del personale medico-sanitario sta vanificando la libertà di scegliere di interrompere una gravidanza indesiderata o di ricorrere alla contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo). È la stessa legge 194/1978 ad essere carente sul punto. Infatti l’articolo 9 concede al personale medico-sanitario di esercitare obiezione di coscienza sull’IVG, senza chiedere nulla in cambio (come era invece per l’obiezione di coscienza al servizio militare) e senza prevedere alcun parametro per ridurla. Il risultato è una vera e propria obiezione “di struttura”, che vede coinvolti oltre il 70% dei ginecologi a livello nazionale e almeno il 56% a livello regionale. L’associazione nazionale LAIGA sottolinea l’urgenza della situazione annunciando che tra poco più di 4 anni in Italia la 194/78 verrà completamente disapplicata a causa del dilagare dell’obiezione di coscienza. La Regione Lazio ha tentato di arginare l’impatto dei militanti pro-life sulla salute e la libertà delle donne, vietando l’obiezione al personale sanitario nei consultori e obbligandolo a rilasciare i dovuti certificati e a prescrivere contraccettivi post-coitali, cercando di applicare quanto si legge dallo stesso art. 9 della legge. La tutela della salute della donne, in particolare delle donne migranti o vittime di tratta, è messa ulteriormente a repentaglio dalla recente decisione di comminare una multa fino a 10.000 euro per le donne che ricorrono all’aborto fuori da un ospedale pubblico.

La schizofrenia del sistema è ormai evidente: alle donne eterosessuali si tenta di imporre la riproduzione rendendo quasi impossibile abortire in modo sicuro e gratuito, mentre a gay e lesbiche si nega la possibilità di riprodursi, per tutelare la riproduzione esclusiva della famiglia eterosessuale.

Infatti,  nel contesto attuale gay, lesbiche e trans non possono adottare né ricorrere alla procreazione medicalmente assistita, nonostante la caduta nel 2014 del divieto della fecondazione eterologa in Italia. Inoltre, la recente discussione parlamentare sul ddl Cirinnà ha prodotto non solo lo stralcio della possibilità di adottare il figlio/a del/la partner, ma anche un dibattito strumentale e ingannevole sulla gestazione per altri come contrappeso alle unioni civili.

In conclusione, è assolutamente urgente garantire l’applicazione della legge 194/78 accertando che il servizio di IVG sia assicurato con assoluta continuità e che i medici siano tenuti a rilasciare i certificati di autorizzazione, anche rendendo noti al pubblico i turni e le fasce orarie di sicura presenza di non obiettori. Inoltre, sono senza dubbio necessarie campagne educative alla contraccezione, ma altrettanto inderogabile è la creazione di un organo di monitoraggio regionale sia degli aborti clandestini, sia dell’obiezione di coscienza, complessiva e nelle singole strutture.

Infine occorre promuovere una discussione seria e approfondita nel merito della gestazione per altri e sulla fecondazione eteronoma per le coppie lesbiche, senza abbandonare la battaglia per il riconoscimento delle scelte non riproduttive, in particolare per quelle delle donne, che ancora portano il peso dell’obbligatorietà sociale di essere madre.

3 – Riconoscimento delle identità e delle relazioni


Da sempre le persone lgbti scelgono di vivere in coppie e gruppi solidali che costituiscono delle vere e proprie reti affettive e famigliari, che vanno oltre i legami di consanguineità generando nuove forme di vita comune che, pur non essendo riconosciute a livello sociale e normativo, garantiscono affetto, sostegno morale ed economico, cura e soprattutto libertà. Ad esempio le lesbiche, oggetto di discriminazione multipla in quanto donne e omosessuali, hanno trovato  anche nella costituzione di percorsi autonomi la possibilità di scardinare l’eteronormatività della società. Più recentemente, le famiglie arcobaleno, di prima o seconda costituzione, hanno dimostrato la possibilità che al di là dei legami di sangue, si possano creare nuclei famigliari – anche allargati – in cui fondante è l’assunzione di responsabilità genitoriale.

È ancora una volta dimostrato quindi che le relazioni e le famiglie non sono – e non sono in realtà mai state – categorie e modelli immutabili e impermeabili al cambiamento, bensì lo specchio di una società in continuo mutamento.In particolare le relazioni che caratterizzano la vita delle persone lgbti evidenziano  le carenze di un modello basato solamente sulla coppia eterosessuale unita in matrimonio e sulla famiglia cosiddetta “tradizionale”, denunciando di conseguenza l’ipocrisia di chi vuole negare loro la libertà  di autodeterminarsi e di costruire liberamente le proprie relazioni, senza scomparire nella cosiddetta normalizzazione. Non sono i soggetti a doversi adattare a forme prestabilite, piuttosto le forme sociali a doversi evolvere per includere ciò che di nuovo nasce e si consolida.  Indipendentemente dal proprio orientamento sessuale e dall’identità di genere, qualsiasi persona deve poter decidere come rappresentarsi e come autodeterminare il proprio corpo, deve potersi emancipare dai modelli dominanti di mascolinità e femminilità e poter scegliere autonomamente come vivere le proprie relazioni, al di là dell’unico modello imperante.

La portata innovativa delle famiglie omogenitoriali, ad esempio, sta nell’essere andate oltre il concetto di legame biologico, sovvertendo il fondamento stesso della famiglia istituzionalmente riconosciuta, e nella ridefinizione dei ruoli nell’ambito della cura e dell’accudimento, dimostrando che le capacità genitoriali non dipendono in alcun modo dalla biologia ma solamente dalla volontà di essere madre o padre. Ne consegue che la responsabilità nei confronti dei figli e delle figlie non può e non deve essere demandata ai soli genitori biologici o alla coppia, ma deve essere intesa in senso più ampio, cioè sociale e di comunità.

Questo portato di innovazione sociale, affinché possa essere acquisito realmente, ha bisogno di essere riconosciuto e valorizzato. È necessario allora creare percorsi di confronto tra le istituzioni e  le associazioni, i gruppi e i collettivi lgbti sui temi delle identità, delle coppie e delle famiglie in un’ottica di reciproco riconoscimento e valorizzazione delle esperienze. I  modelli alternativi di coppie, famiglie e s-famiglie devono entrare nelle campagne di comunicazione, di formazione/informazione ed essere acquisite nel linguaggio e nelle rappresentazioni della Pubblica Amministrazione. Inoltre, sempre più famiglie omogenitoriali si vedono riconosciuta dai tribunali l’adozione, per cui è necessario che le istituzioni pubbliche e non si adeguino a questa nuova tipologia di famiglia, tanto nella modulistica (sostituendo la dicitura padre/madre con genitore/gentitore) quanto in tutte le altre forme di relazione con il pubblico. Occorre infine che anche i corsi all’affettività rivolti agli studenti e alle studentesse delle scuole contemplino tutti i tipi di relazioni e di famiglie, superando  i confini prodotti dagli stereotipi di genere.

4 – Spazi lgbti e transfemministi


Tra le risorse pubbliche che possono favorire o ostacolare la libertà delle persone lgbti ci sono gli spazi, intesi come i luoghi di ritrovo e di attività di gruppi informali e associazioni, ma anche come le aree pubbliche in cui incontrare la città o manifestare, come strade e piazze.
Il benessere delle reti lgbti e la loro possibilità di contribuire positivamente alla vita cittadina e al suo progresso dipendono dagli spazi fisici in cui le diverse realtà possono  affermare le proprie identità, individuali o collettive. A Bologna non mancano spazi pubblici, è semmai insufficiente la possibilità di accedervi ed utilizzarli in termini innovativi, riconoscendo le forme di autorganizzazione, esplorando forme che superano la capacità che le norme hanno di prevederle.  Questa rigidità si aggrava nel paradosso degli spazi pubblici inutilizzati, uno spreco di risorse in cui si rinuncia  a generare  valore sociale.
La concessione degli spazi pubblici porta con sé questioni di metodo e di contenuto. Sul piano del metodo, le condizioni di concessione di spazi alle differenti organizzazioni cittadine avviene secondo una discrezionalità che è legittima nella misura in viene esplicitata e rivendicata, in virtù del valore di un progetto politico, sociale o culturale e non sull’onda di opportunità o clientele. Sul piano del contenuto, concedere spazi alle realtà lgbti e queer transfemministe permette loro di creare reti di welfare e relazioni, di intercettare bisogni, di fornire risposte. Così si garantisce da un lato la pluralità delle espressioni, dall’altro la tenuta di un tessuto sociale, obiettivi che dovrebbero entrambi essere nell’orizzonte di un’amministrazione pubblica. Per le persone lgbti, o povere o migranti o tutte queste cose assieme, lo spazio  significa anche e soprattutto essere  riconosciute come soggetti politici, importanti nella e per la città. Lo stare insieme è di per sé un valore, da lì nasce la capacità di immaginare e creare pratiche nuove e il riconoscimento delle battaglie ancora da fare. La comunità lgbti nel pride libera tutt* manifesta per veder garantita la possibilità di esistere nello spazio pubblico, fuori o dentro dalla logica di sussidiarietà, di scambio e collaborazione con le istituzioni, anche quando scandalizza la sensibilità di alcuni, o provoca, o elabora un discorso alternativo a quello del pensiero dominante.
Per quanto riguarda lo spazio pubblico aperto, cioè piazze, strade e giardini, esso dovrebbe essere un luogo di libertà e di autodeterminazione: la Carta costituzionale definisce i limiti di questa libertà ed è perciò importante che i luoghi della collettività vengano negati a chi trasgredisce o oltraggia i valori della Carta, ad esempio ai gruppi neofascisti o a chi promuove odio e discriminazione, nei confronti dei quali le istituzioni dovrebbero esprimere  pubblica condanna.  Sono necessari anticorpi che mettano al sicuro la comunità dai saluti romani di fronte al monumento alla Resistenza, dalle preghiere nei pressi dei consultori o degli ospedali, dal razzismo e dall’omolesbobitransfobia pubblicamente esibiti.

5 – Salute e benessere


Il diritto alla salute, sancito dalla Carta costituzionale anche come interesse della collettività, è un tema da immettere trasversalmente nelle diverse aree dell’attività amministrativa. Il suo riconoscimento non contempla, infatti, soltanto la cura ma comprende anche la qualità della vita delle persone intesa come qualità urbana, fisica e sociale; lo star bene nelle città, sentirsi accolt* nei servizi che offre e – più in generale – nelle relazioni sociali. Ad oggi continua a persistere  un contesto culturale e sociale che non tiene conto delle specificità e delle necessità delle persone lgbti, e quando queste si trovano nella necessità di richiedere servizi sanitari, si scontrano, con un sistema assolutamente non informato e non preparato rispetto all’accoglienza, all’attenzione e alla cura di lesbiche, omosessuali e persone transgender. Questa lacuna si aggrava nel caso delle persone con disabilità, delle quali l’opinione pubblica e il sistema sociosanitario rimuovono quasi completamente la sfera del desiderio e della sessualità.   Perciò, come comunità organizzata, intendiamo operare per favorire la salute e il benessere delle persone lgbti, dialogando con le istituzioni e cercando, laddove sia possibile, di partecipare alla realizzazione di progetti comuni, nella consapevolezza che la domanda di salute, si orienta anche verso il contesto relazionale del quale la  comunità lgbti è parte.

Anche in ambiti in cui la collaborazione tra strutture sanitarie e organizzazioni lgbti è stata più assidua non è stato facile affermare il diritto ad una piena sessualità per le persone che vivono con Hiv o Aids perché da parte del Sistema Sanitario, la salute sessuale è stata, e a volte è ancora, confusa, con la definizione di “normalità” sessuale e ancora oggi paghiamo il prezzo di campagne informative pubbliche fortemente stigmatizzanti o, nel migliore dei casi, omissive.

Sempre in tema di Hiv, i numeri allarmanti delle  nuove infezioni  tra MSM (maschi che fanno sesso con maschi) e dei cosiddetti late presenter, cioè le diagnosi tardive, non fanno eccezione a Bologna e in Emilia-Romagna. Il silenzio sul tema è senza dubbio tra le cause principali di contagio: è necessario perciò superarlo e far sì che l’abbattimento del numero delle infezioni rientri tra gli obiettivi primari della pubblica amministrazione, attraverso un maggior impegno e una costante presenza nella Commissione interaziendale AIDS. Inoltre occorre garantire l’accesso libero al test ai ragazzi e le ragazze minorenni, contrariamente a quanto previsto dalle norme vigenti.
Mentre definiamo ambiti di competenza più diretta per quanto riguarda la comunità lgbti, occorre conservare una visione completa: il diritto alla salute e alla sessualità non può essere sindacalizzato per gruppi e così, come coinvolge chi vive con Hiv, non può escludere  chi è tossicodipendente, chi vive in stato di detenzione, chi  vive per strada, chi è migrante. Persone alle quali viene troppo spesso imposto un modello di salute normativo che esclude, quasi sempre, la loro sessualità.
Infine, si evidenzia che ad oggi il nostro sistema giuridico riconosce il diritto all’autodeterminazione in materia di trattamenti sanitari a chi è in grado di intendere e di volere, mentre tale diritto viene negato a chi ha perso tali capacità.
In conclusione, occorre favorire e consolidare, laddove esistono, la collaborazione ed il coinvolgimento delle associazioni lgbti nella sanità per definire programmi di intervento a favore del benessere bio-psico-sociale delle persone lgbti e di formazione per gli operatori e le operatrici del servizio socio-sanitario. Nel frattempo è necessario progettare campagne di comunicazione pubblica affinché nelle sale d’attesa degli ospedali, dei consultori e degli ambulatori di ginecologia o andrologia, ci sia materiale informativo su argomenti e situazioni legati a rapporti non solo eterosessuali. Inoltre servono  azioni contro lo stigma che colpisce le persone sieropositive e strategie combinate di prevenzione, globalmente già in uso in particolare contro le infezioni a trasmissione sessuale e HIV: l’uso del preservativo e del femidom, Profilassi Post Esposizione (PEP), Profilassi pre-Esposizione (PrEP), Trattamento come Prevenzione (Tasp), così come campagne di vaccinazione mirate contro epatiti A e B, e contro il papilloma virus anche per gli uomini.

6- Educazione e formazione


I bambini e le bambine sono naturalmente privi di pregiudizi e di stereotipi, che acquisiscono crescendo  dall’ambiente scolastico e familiare. Raggiunta l’età dell’adolescenza, gay, lesbiche, bisessuali o trans si trovano spesso a dover fronteggiare da una parte il peso di uno stigma sociale ancora molto forte e dall’altra l’assenza di reali modelli positivi di riferimento. Questa condizione si aggrava se l’ambiente familiare e sociale in cui l’adolescente vive non è di supporto nel processo di costruzione e accettazione della propria identità di genere e sessuale. Processo ancora più ostacolato in quelle famiglie la cui cultura o religione contiene radicati pregiudizi nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Tutti questi fattori si compongono tra loro e possono culminare in atteggiamenti violenti e persecutori nei confronti di chi non si omologa ai modelli di femminilità e mascolinità dominanti, a chi è omosessuale o transessuale, o è percepito come tale.
Inoltre, la recente visibilità delle famiglie omogenitoriali nel contesto scolastico ha messo in discussione il modello unico della famiglia cosiddetta “tradizionale” e ha generato perciò resistenze da parte di chi le accusa di essere portatrici di caos e sovvertimento dei ruoli. Tutte queste esperienze diverse si incontrano e talvolta si scontrano nella scuola, che non può non essere considerata l’ambiente privilegiato per combattere tali pregiudizi e per formare giovani menti aperte alla diversità e all’integrazione, anche superando i limiti  delle famiglie di origine.
L’amministrazione comunale negli ultimi anni ha intrapreso un percorso continuativo di formazione del personale scolastico comunale della fascia 0-6 in collaborazione con alcune associazioni lgbti, dimostrando il proprio interesse sia al superamento degli stereotipi di genere, sia  all’inclusione dei bambini e delle bambine nati in famiglie omogenitoriali. Tuttavia questi  corsi per poter essere veramente efficaci devono diventare strutturali ed essere estesi a  tutti i soggetti coinvolti nell’educazione, e non solo una minoranza di essi su base volontaria. Quest’opera di sensibilizzazione deve poi essere estesa obbligatoriamente a tutte le strutture facenti parte il sistema integrato scolastico 0-6, incluse quelle gestite da enti privati o cooperative, e quelle paritarie, poiché beneficianti di fondi pubblici. Allo stesso tempo, si deve incrementare lo scambio tra strutture comunali e statali, nell’ottica di promozione delle buone pratiche educative.
La lotta contro le disparità di genere, le discriminazioni, l’omotransfobia, il sessismo, passa necessariamente attraverso un investimento concreto e strutturale nell’educazione alle differenze nelle scuole di ogni ordine e grado, da progettare di concerto col mondo dell’associazionismo e in cui coinvolgere insegnanti e studenti. Inoltre, la trasformazione di Bologna in città metropolitana deve essere considerata l’occasione per diffondere questi progetti anche nelle aree più periferiche, per estendere l’offerta formativa in tutto il suo territorio e per creare reti virtuose di scambio tra “centro” e “periferia”.
Anche l’Università può giocare un ruolo in questo ambito: partendo dalla valorizzazione del  lavoro del Centro Studi sul Genere e l’Educazione, struttura dedicata alla ricerca interdisciplinare sui gender studies. la buone pratiche relative alle questioni di genere e alla cultura delle differenze possono essere estese in maniera trasversale alle facoltà e ai dipartimenti, nella convinzione di produrre non solo competenze ma anche un benessere psico-socio-educativo della persona.
Altri luoghi privilegiati per una formazione meno formale e più trasversale devono essere individuati nelle biblioteche e nei centri bambini e genitori (CBG) attraverso attività ludiche che permettano di parlare di differenze in tutte le sue forme.
Il grande lavoro di rete (tra associazioni, gruppi informali, istituzioni culturali, enti locali) che sul tema dell’educazione alle  differenze è attivo nella città di Bologna trova testimonianza in una ricchezza di progetti e iniziative: questo patrimonio non ha paragoni sul territorio nazionale e viene osservato con interesse anche da oltreconfine. Spetta allora all’amministrazione comunale riconoscere questo  lavoro come eccellenza del proprio territorio, progettando investimenti strutturali e rivendicando un ruolo di capofila sul tema sul piano pubblico e nazionale.

7 – Le nostre parole


 

Schermata

Le associazioni:

Agedo Bologna, Amnesty International Emilia Romagna, Arcigay Il Cassero, ArciLesbica Bologna, Associazione Orlando, Associazione Universitaria Arcigay Uni LGBTQ, Bogasport, Famiglie Arcobaleno Emilia Romagna, I.D.A. Iniziativa Donne AIDS, IndiePride – Indipendenti contro l’omofobia, Komos – coro gay di Bologna, LILA Bologna, MigraBo LGBT, M.I.T. Movimento Identità Transessuale, Piazza Grande, Renbooks, U.A.A.R. Unione Atei Agnostici Razionalisti Bologna.