Corpi R-Esistenti

Documento Politico

Il Bologna Pride 2018 mette al centro i corpi, che sono traccia di esistenza, strumenti di lotta, confini da esplorare, ribellioni che si vorrebbe opprimere e normare. La nostra Liberazione è innanzitutto corpo: visibilità, presenza, esistenza. Non delega, non si cela, non scende a compromessi, non sacrifica né lascia indietro nessun*.

Ma i corpi sono sempre di più oggetto di violenze e campi di battaglia e possono trasformarsi in veicoli di resistenza nel momento in cui riconoscono e reagiscono alle oppressioni a cui sono sottoposti. Come corpi r-esistenti possono creare, quindi, nuove visioni e possibilità, ri-esistere. Così come la Resistenza dei partigiani indicava una nuova esistenza rispetto al Fascismo, la nostra Resistenza oggi si rivolge a tutti i neo-fascismi e alle oppressioni che attraversano la nostra vita quotidiana. Le oppressioni sono leve di potere,  disparità che mirano a togliere voce, spazio, diritti, identità, rappresentazione. E queste leve si sovrappongono, si rafforzano reciprocamente, moltiplicano il loro effetto. E agiscono su molti piani: il genere, l’orientamento sessuale, la provenienza, l’etnia, la classe sociale, la religione, l’abilità e più in generale sulla non corrispondenza rispetto ai modelli della cultura dominante.

Le oppressioni sono un elemento ricorrente, quotidiano, martellante, nonostante il potere tenti di rappresentarle come qualcos’altro, a volte perfino come azioni utili e necessarie. L’applicazione dei daspo urbani alle persone senza dimora, come strumento di tutela del decoro; lo sgombero di spazi politici e abitativi in nome di una legalità che non fa i conti con la giustizia sociale; una narrazione allarmistica del fenomeno delle migrazioni, con il moltiplicarsi di centri di raccolta in cui far scomparire le persone migranti e un’idea di integrazione che annulla la cultura di origine e che trasforma la migrazione in una colpa da scontare attraverso il lavoro gratuito, la disgregazione delle comunità  o l’adesione a ruoli sociali marginali; la narrazione che criminalizza i soggetti attivi nella solidarietà; la militarizzazione dello spazio pubblico come garanzia di sicurezza e unica risposta alla minaccia del terrorismo; la demonizzazione delle identità non conformi, trasformate in modelli negativi da cui difendersi; la retorica sui bambin*, trasformati in oggetto conteso nei conflitti, strumentalizzati nelle strategie degli adulti, privati e violati nel loro essere soggetti di desideri; la negazione della diversità familiare, a vantaggio di un solo modello egemone di famiglia che cannibalizza diritti, riconoscimento e rappresentazioni; la privatizzazione come deriva a cui tendono scuola, welfare e sanità, che colpisce l’orizzontalità dell’accesso e affida la marginalità ai luoghi della carità anziché a quelli della giustizia sociale; le richieste di verità e giustizia rispetto a stragi e “morti di stato”, negate e insabbiate da logiche occulte; la precarizzazione del lavoro, che in nome della flessibilità sacrifica diritti e premia i meccanismi di profitto e di speculazione; i paradossi provita che trasformano gli embrioni in persone, chiedendone tutela, e lasciano i bambini delle famiglie omogenitoriali senza diritti e i migranti annegare in mezzo al mare; l’identità come elemento non autodeterminato, ma da riscattare da un’istituzione o da un pubblico ufficiale; la negazione delle autonomie per le persone con disabilità; il racconto mediatico intossicato, che reitera stereotipi, strumentalizza la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, inserendole in un meccanismo di alibi o di straordinarietà, talvolta perfino in uno schema di pluralismo di opinioni, e che aggira l’elemento strutturale che invece sta alla radice di quella violenza. E poi la chiusura dei porti alle navi dei migranti, gli annunciati censimenti etnici e i tentativi di demolizione dei diritti civili acquisiti.

Queste oppressioni fanno leva su un senso comune, cavalcano vecchie paure e ne alimentano nuove, speculano sull’ignoranza. I corpi r-esistenti, che si ribellano alle oppressioni,  hanno bisogno – oggi più che mai – di connettersi reciprocamente, di stare in rete, di tessere alleanze, di intrecciare lotte, di costruire spazi comuni, evitando le strumentalizzazioni elettorali e superando la vocazione minoritaria. Le lotte devono riuscire ad abitare nelle case, nelle strade, in particolare nelle periferie, nei luoghi di lavoro, di conflitto sociale, di sofferenza, per riuscire a ottenere un autentico e potente cambiamento dell’esistente. Per fare questo servono la volontà e la capacità di attraversare i conflitti che l’incontro tra differenze porta con sé, evitando che il conflitto si paralizzi in sterili contrapposizioni.

I corpi r-esistenti sono innanzitutto corpi desideranti, che rivendicano il desiderio come dimensione non accessoria e motore di trasformazione sociale. A mezzo secolo dai moti di Stonewall del 1969, la storicizzazione del movimento lgbtqi ci restituisce la responsabilità di leggere le tensioni che la comunità subisce e introietta nell’impatto con una società reazionaria ed eteronormativa, e  il compito di reagire a queste tensioni rinsaldando legami e alleanze.

Forti del percorso avviato nel 2015 le realtà promotrici del Bologna Pride hanno deciso di ampliare la loro pratica politica ad una rete più vasta, costruita attraverso una chiamata cittadina aperta e consolidata, come soggetto collettivo e spazio politico di confronto costante. Il Comitato è composto da: Agedo Bologna, Amnesty International Emilia Romagna, Arcigay Il Cassero, Lesbiche Bologna, Associazione FRAME, Associazione Orlando, Bogasport, Bproud, Chiesa Metodista di Bologna, Famiglie Arcobaleno, GayLex, Gruppo Trans, I.D.A. Iniziativa Donne AIDS,Il Grande Colibri. IndiePride – Indipendenti contro l’omofobia, Komos – coro gay di Bologna, LILA Bologna, MigraBO LGBT, MIT – Movimento Identità Trans, RED, UAAR Bologna, Uni LGBTQ.

Le riflessioni  e le proposte che compongono la piattaforma rivendicativa allegata a questo documento  rappresentano da un lato l’esito del percorso di confronto tra tutte queste realtà, dall’altro lato una proposta concreta e articolata rivolta alle istituzioni di ogni ordine e  grado. In particolare, è auspicabile che questa proposta contamini il testo di legge contro l’omotransnegatività in discussione in Regione, da noi richiesto per anni e che oggi ha il dovere di essere all’altezza delle sfide che il presente ci pone. Rispetto a queste sfide la legge regionale deve avere l’ambizione di essere una leva efficace, capace di spingere lo sguardo tanto nei luoghi ordinari quanto in quelli non codificati – le barche di migranti, i luoghi dell’accoglienza, quelli della povertà, dell’ingiustizia sociale, della malattia – in cui la discriminazione si moltiplica e diventa oppressione, spesso insostenibile.

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