Documento politico Bologna Pride 2015

 

Introduzione

Il Bologna Pride 2015 è organizzato da una rete di associazioni bolognesi formatasi alla fine del 2014. Aderiscono a questa rete: Agedo Bologna, Arcigay Il Cassero, ArciLesbica Bologna, BogaSport Bologna, Bugs Bologna, Famiglie Arcobaleno, Indie Pride – Indipendenti contro l’omofobia, Komos Coro Gay di Bologna, MigraBò lgbtqi, Mit – Movimento Identità transessuale, Associazione Orlando, Plus Onlus- Rete di persone LGBT sieropositive, UAAR Bologna, UniLGBTQ.

La presenza di associazioni non esclusivamente lgbt evidenzia l’approccio intersezionale con il quale è stato affrontato il percorso di avvicinamento al Pride, la costruzione del documento politico, l’elaborazione dei contenuti proposti, nonché l’intenzione di creare un rapporto virtuoso e duraturo tra alcune delle nuove energie politiche e culturali cittadine e le solide realtà che da molti anni lavorano sul territorio bolognese. Il percorso di avvicinamento al Pride vedrà la propria conclusione sabato 27 giugno, giorno in cui il corteo sfilerà nella città.

Le complessità sociali, politiche, economiche della nostra società richiedono l’abbandono di schemi settoriali a favore dell’assunzione di una visione intersezionale che colga i diversi intrecci fra genere, classe, cultura, provenienza etc.

Bisogni e istanze nella realtà si intrecciano e si stratificano: ogni persona è espressione di dimensioni differenti, cioè può essere omosessuale, bisessuale, asessuale, eterosessuale, contemporaneamente transessuale e allo stesso tempo benestante o povero, giovane o anziano. Può aderire inoltre a generi diversi, culture e convinzioni religiose e filosofiche differenti.

Comprendere questi intrecci significa, prima di tutto, esplicitare per riuscire, poi, a superare le differenti posizioni di privilegio che si vengono a creare di volta in volta in base al contesto di riferimento. La rete delle associazioni che promuovono il Pride ha scelto di farsi carico di questa complessità, per aprire la strada a nuove lotte politiche comuni e per dar forza a quelle costruite negli anni.

La data scelta per il Pride di Bologna – 27 giugno – è perciò il frutto della volontà politica comune a tutte le associazioni della rete di dare risalto al 35esimo anniversario della Strage di Ustica. Si è così deciso di accogliere la sfida di collegare, nello spazio pubblico cittadino, la manifestazione gioiosa di una verità che attiene a una sfera personale, al desiderio di far conoscere la lunga battaglia per la verità su uno degli episodi più dolorosi e più offuscati della storia recente del nostro paese, condiviso con i parenti delle vittime della strage.

Un aereo civile è stato abbattuto in tempo di pace nei nostri cieli e nessuno ha dato

spiegazioni. È una questione di dignità nazionale ricordare che 81 cittadini sono morti per

mancanze, ormai acclarate, di apparati dello Stato che non hanno saputo tutelare

adeguatamente la loro vita e non hanno saputo consegnare ai parenti delle vittime verità e

giustizia” (Daria Bonfietti, Ass. Parenti delle Vittime della Strage di Ustica)

 

La rete delle associazioni promotrici del Bologna Pride unisce la propria voce a quella dei parenti delle vittime della strage di Ustica per pretendere dal Governo e dal Parlamento italiano un impegno maggiore nei confronti dei paesi amici ed alleati per giungere a scrivere finalmente tutta la verità.

 

Contesto generale

La politica di tagli agli enti locali che da anni caratterizza l’azione dei governi che si sono succeduti ha prodotto esiti non trascurabili sulla gamma di opportunità e servizi che ogni ente locale mette in campo per la cittadinanza. In tema di servizi, territori come quello bolognese, e più in generale l’Emilia-Romagna, tradizionalmente pionieri nell’elaborazione di risposte ai bisogni e alle aspirazioni di cittadini e cittadine, hanno dovuto arrestare il loro impulso innovatore e concentrare gli sforzi sulla tutela e il mantenimento degli assetti e degli standard di qualità raggiunti.

In questo contesto è sempre più urgente e necessario che le istituzioni rafforzino il proprio ruolo di garanti del tessuto sociale in un’ottica di inclusione e valorizzazione, volta a corrispondere al diritto di ogni cittadino e cittadina di sentirsi, da ogni punto di vista, parte della città. Anche su questo fronte, le politiche di austerity rappresentano una zavorra importante per gli enti locali, se non addirittura un deterrente o un ostacolo.

La stessa austerity sembra pervadere le fondamenta della nostra società, non solo sul piano economico, ma anche su quello etico e politico. L’eliminazione di visioni sociali inclusive e la segmentazione delle libertà sono gli ingredienti di fondo delle rivendicazioni dei movimenti reazionari, sempre più visibili sulla scena pubblica locale e nazionale. È improrogabile, ormai, il rilancio di un impegno comune da parte delle istituzioni e delle soggettività più progressiste per rendere fruibili e tangibili i diritti fondamentali della persona.

 

I diritti

L’ottica intersezionale con cui il Bologna Pride si interroga sul riconoscimento dei diritti umani e costituzionali non può prescindere da una perlustrazione ad ampio raggio del tema, in grado di intercettarne le numerose declinazioni nella quotidianità di ciascuno e di ciascuna. Definire oggi una cultura dei diritti vuole dire farsi carico di una complessità che attraversa gruppi e categorie, in un mosaico che ha l’ambizione di essere il più possibile inclusivo. Di questa complessità fanno parte il diritto a una “vita buona”, alla libertà e alla sicurezza della propria persona, all’uguaglianza davanti alla legge; il diritto di chiedere e di godere dell’asilo dalle persecuzioni in altri Paesi; il diritto alla cittadinanza, al matrimonio, alla genitorialità per le coppie e per i/le single; il diritto di coscienza e di religione, il diritto al lavoro e al sostegno durante la disoccupazione; il diritto ad uguale retribuzione per uguale lavoro; il diritto ad una remunerazione equa che assicuri al lavoratore e alla lavoratrice un’esistenza dignitosa, il diritto alla sicurezza sociale e allo sviluppo della personalità; il diritto all’istruzione pubblica, alla salute e all’autodeterminazione, anche in campo riproduttivo. Infine, il diritto alla verità su stragi e attentati, un tassello necessario per garantire l’integrità del mosaico sociale.

La tutela e l’attuazione di alcuni diritti umani e costituzionali imprescindibili sono spesso compromesse di fatto da lacune legislative oppure da pratiche discriminatorie dirette o indirette. Ma né i valori culturali, tradizionali o religiosi, né le regole di una cultura dominante possono essere invocati per giustificare la negazione o la limitazione di un diritto, né tantomeno l’incitamento all’odio o qualunque altra forma di discriminazione.

Il ruolo delle istituzioni

Il contesto bolognese, grazie alla sua storia, vive un presente in cui è ancora diffusa l’adesione a un modello e a un’etica sociale condivisi che hanno permesso, per molti e molte, il raggiungimento di un’alta qualità della vita. Questa rendita non è però una fonte illimitata su cui contare. Il mantenimento di un territorio ricettivo ai bisogni della cittadinanza necessita di una pratica istituzionale quotidiana in grado sia di valorizzare il contributo dei singoli sia di implementare politiche sempre più inclusive.

Una città rispettosa delle differenze è una città sicura e senza paura: occorre quindi aumentare nella cittadinanza il riconoscimento delle diverse identità attraverso campagne che promuovano il rispetto e la comprensione reciproca. Gli atteggiamenti ostili devono essere messi in discussione, omo/lesbo/transfobia, sessismo e xenofobia devono essere affrontati, con appositi percorsi di sostegno e in-formazione per chi abita la città. La tutela e la promozione dei diritti sono una responsabilità condivisa da tutti i livelli istituzionali, che dovrebbero basarsi sulla cooperazione e sullo scambio di buone pratiche tra le autorità locali e regionali, ma anche sulla cooperazione tra le agenzie del governo centrale, enti locali e regionali, agenzie specializzate, gruppi di tutela e organizzazioni di volontariato.

Il Congresso degli Enti locali e regionali del Consiglio d’Europa ha prodotto stimoli utili per programmare percorsi e obiettivi concreti in termini di riconoscimento dei diritti e della lotta alle discriminazioni, anche per istituzioni come Comuni o le Regioni. Gli enti locali sono infatti chiamati quotidianamente a prendere decisioni riguardanti in particolare l’istruzione, l’alloggio, la salute, il welfare, l’ordine pubblico, che sono direttamente connesse all’applicazione dei diritti umani. È inoltre nelle possibilità degli enti locali introdurre, nell’ambito delle proprie competenze e laddove la legislazione nazionale è carente, le disposizioni locali per porre rimedio a vuoti giuridici e alle conseguenti discriminazioni, secondo quanto stabilito dall’articolo 3 della Carta costituzionale.

Si definiscono perciò quattro livelli di responsabilità che ogni ente locale può mettere in campo per giocare un ruolo nella lotta alle discriminazioni.

a. Rispettare : astenersi dal violare i diritti della persona;

b. Proteggere : proteggere i diritti dell’individuo dalle violazioni da altri;

c. Riconoscere : sviluppare e/o sostenere sistemi in grado di riconoscere i diritti;

d. Promuovere : favorire la comprensione e il rispetto dei diritti.

Questi quattro livelli se utilizzati come parametri di valutazione permettono una mappatura analitica del sistema dei servizi, utile a valorizzare e consolidare le pratiche che soddisfano tutti i livelli di responsabilità, ma anche a individuare gli ambiti in cui è necessario o addirittura urgente intervenire.

UN PERCORSO PER LA CITTA’ DEI DIRITTI

 

Welfare

Il sistema del welfare, se messo in relazione con i gruppi portatori di differenze all’interno della comunità cittadina, deve confrontarsi con due tipi di sfide, la prima legata all’accesso di quei gruppi alla rete dei servizi, la seconda alla presa in carico delle loro peculiarità e dei loro bisogni.

Indispensabile in questo senso uno sguardo generazionale. Chi è già entrato nella cosiddetta terza età porta il peso e a volte l’interiorizzazione dello stigma sociale legato al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere, condizione che può portare a dinamiche di autoesclusione, di marginalizzazione e alla preclusione di un reale percorso di empowerment.

Nel contempo, le nuove generazioni, diverse per stimoli, riferimenti culturali e politici, e più forti grazie alle conquiste di chi li ha preceduti, vivono ancora nei limiti di una condizione non completamente tutelata dalla legge, dalla società ma anche dalla propria famiglia di origine. Emblematici sono i numerosi casi di giovanissimi, spesso neomaggiorenni, che continuano ad essere allontanati da casa a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere, rischiando così di entrare in contesti sociali di grave marginalità.

Tra giovani e anziani si colloca la popolazione adulta, quella alle prese col proprio progetto di vita, in una dimensione di “nuova famiglia” o esplorando altri modelli, e perciò in cerca di un riconoscimento e di un sostegno nel welfare pubblico che difficilmente trova. In ambito familiare, ad esempio, la mancanza di una legge nazionale per il riconoscimento delle unioni tra omosessuali e dell’omogenitorialità incide negativamente sulla qualità della vita delle persone gay, lesbiche e trans. Situazioni scontate all’interno di una coppia eterosessuale sposata possono essere, al contrario, molto complicate per una coppia di persone dello stesso sesso.

Su questo contesto infierisce inoltre la crisi economica. Dalla ricerca “Una strada diversa. Homelessness e persone lgbt”, realizzata da Avvocati di Strada nel 2015, emerge un ritratto inedito del fenomeno delle persone omosessuali e transessuali senza fissa dimora: gli utenti e le utenti lgbt delle strutture di accoglienza raramente dichiarano il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere agli altri ospiti e difficilmente si confidano con gli operatori o le operatrici, nonostante instaurino con loro un rapporto di fiducia.

In un’ottica intersezionale, è infine necessario considerare l’intrecciarsi di tutte le fragilità finora descritte col fattore delle provenienze geografiche: la popolazione migrante, infatti, porta con sé modelli culturali differenti, molti dei quali connotati da una violenta omotransfobia e da un sessismo istituzionalizzato. Questi riferimenti rendono ancora più complesso l’affioramento dei bisogni e la progettazione di interventi efficaci.

 

Azioni necessarie:

La modifica della modulistica per l’iscrizione al nido o alla scuola per l’infanzia e dei servizi correlati (trasporto scuolabus, mensa etc) da padre/madre a genitore richiedente/genitore, così da includere anche le famiglie omogenitoriali;

La messa a regime delle deleghe scolastiche per tutelare, nelle famiglie omogenitoriali, il genitore non biologico tramite regolamento da parte delle amministrazioni comunali;

La costituzione di un tavolo tecnico all’interno dell’Istituzione dei servizi e delle scuole dell’infanzia per poterne rivederne le norme e per dare un’applicazione concreta all’attestato di “Famiglia anagrafica basata su vincoli affettivi”, che il Comune di Bologna rilascia in base al D.P.R. 30.5.1989 n.233;

La promozione da parte delle amministrazioni comunali di linee guida per sensibilizzare il mondo privato – associativo, cooperativo o di impresa – ad utilizzare al proprio interno pratiche di accesso e relazione inclusive. Analogo indirizzo, con vincoli più stringenti, è necessario nell’esercizio delle funzioni di governance e di committenza sulle aziende controllate, con particolare riferimento all’Azienda ai servizi alla persona (ASP);

L’istituzione di percorsi formativi degli operatori e delle operatrici del sistema dei servizi e, nello specifico, degli e delle assistenti sociali;

L’apertura di un tavolo metropolitano che si ponga l’obiettivo di definire strumenti e strategie per il monitoraggio delle principali fragilità all’interno della comunità lgbt, con particolare attenzione agli adolescenti, agli anziani, alle persone senza fissa dimora, alle persone sieropositive e alle persone transessuali. Tale monitoraggio dovrebbe poi condurre all’implementazione delle reti di servizi includendo le risposte elaborate per far fronte alla nuova gamma di bisogni intercettati.

Salute

La nostra Carta costituzionale, all’articolo 32, affida alla Repubblica il ruolo di tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Nell’ambito della tutela dei diritti all’autodeterminazione e alla salute delle persone esistono, tuttavia, alcune significative criticità che precludono la piena attuazione del dettato costituzionale.

Per quanto concerne il diritto alla salute delle donne, lo spropositato e crescente aumento dell’obiezione di coscienza del personale medico-sanitario sta vanificando la libertà di scegliere di interrompere una gravidanza indesiderata o di ricorrere alla contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo). È la stessa legge 194/1978 ad essere carente sul punto. Infatti l’articolo 9 concede al personale medico-sanitario di esercitare obiezione di coscienza sull’IVG, senza chiedere nulla in cambio (come era invece per l’obiezione di coscienza al servizio militare) e senza prevedere alcun parametro per ridurla. Il risultato è una vera e propria obiezione “di struttura”, che vede coinvolti il 70% dei ginecologi a livello nazionale e il 56,1% a livello regionale. L’associazione nazionale LAIGA sottolinea l’urgenza della situazione annunciando che tra poco più di 4 anni in Italia la 194/78 verrà completamente disapplicata a causa del dilagare dell’obiezione di coscienza. La Regione Lazio ha tentato di arginare l’impatto dei militanti pro-life sulla salute e la libertà delle donne, vietando l’obiezione al personale sanitario nei consultori e obbligandolo a rilasciare i dovuti certificati e a prescrivere contraccettivi post-coitali, cercando di applicare quanto si legge dallo stesso art. 9 della legge.

Inoltre, in un contesto culturale e sociale che non tiene conto delle specificità e delle necessità delle persone e dei pazienti lgbt, i disservizi da loro subiti hanno un significativo impatto non solo sulla qualità di vita e sulla salute, ma anche sull’aspettativa di vita. Perciò, come comunità organizzata, si intende operare per favorire la salute e il benessere delle persone lgbt, dialogando con le istituzioni preposte, affinché si rendano strutturali le buone pratiche già esistenti e si intervenga su tematiche non ancora affrontate. L’esperienza ventennale del consultorio MIT e l’accordo recentemente stipulato per l’apertura del BLQ Checkpoint, dimostrano che, grazie al riconoscimento del ruolo sussidario delle associazioni lgbt, è possibile una collaborazione concreta fra strutture community-based e enti locali per innovare il sistema socio-sanitario e produrre risultati importanti in termini di efficacia e di razionalizzazione delle risorse disponibili.

Infine, si evidenzia che ad oggi il nostro sistema giuridico riconosce il diritto all’autodeterminazione in materia di trattamenti sanitari a chi è in grado di intendere e di volere, mentre tale diritto viene negato a chi ha perso tali capacità.

La Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), meglio nota come Testamento biologico, è al momento l’unico strumento a disposizione dei cittadini per vedere tutelati i propri diritti, comprovando la libertà e la consapevolezza della scelta sulle procedure diagnostiche e/o sugli interventi terapeutici che si desidera o non si desidera vengano attuati in condizioni di totale o grave compromissione delle facoltà cognitive o valutative che impediscono l’espressione di volontà attuali. Nelle more di una legge nazionale in materia, solo alcuni comuni in Emilia-Romagna si sono dotati di un Registro delle DAT e con modalità di attuazione difformi fra loro, complessivamente carenti e a volte con oneri per il cittadino.

 

Azioni necessarie:

La stabilizzazione della convenzione tra Regione Emilia-Romagna, Asl e Mit per la gestione del consultorio che accoglie a Bologna le persone che intraprendono il percorso di transizione e cambio di sesso;

Garantire l’applicazione della legge 194/78 intervenendo fattivamente, soprattutto nei fine settimana, a tutela dell’erogazione della pillola del giorno dopo, che in quanto contraccettivo emergenziale e non farmaco abortivo non può essere oggetto di obiezione di coscienza né, tantomeno, può essere negata dai farmacisti. Inoltre, è necessario che il servizio di IVG sia garantito con assoluta continuità e che i medici siano tenuti a rilasciare i certificati di autorizzazione, anche rendendo noti al pubblico i turni e le fasce orarie di sicura presenza di non obiettori. Infine, si richiede, oltre alla promozione di campagne educative alla contraccezione, anche la creazione di un organo di monitoraggio regionale sia degli aborti clandestini, sia dell’obiezione di coscienza, nelle singole strutture e a livello generale. Il fenomeno dell’aborto clandestino rischia di devenire allarmante all’interno di determinate comunità migranti o tra le donne vittime di tratta;

Favorire l’azione sussidiaria delle associazioni lgbt nell’assistenza sanitaria per definire programmi di intervento a favore del benessere bio-psico-sociale delle persone lgbt, che si inquadrano nell’interesse della salute pubblica;

Realizzare azioni concrete ed efficaci contro lo stigma che colpisce le persone sieropositive e promuovere strategie combinate di prevenzione, globalmente già in uso in particolare contro

le infezioni a trasmissione sessuale e HIV: l’uso del preservativo e del femidom, Profilassi Post Esposizione (PEP), Profilassi pre-Esposizione (PrEP), Trattamento come Prevenzione (Tasp), così come campagne di vaccinazione mirate contro epatiti A e B, il papilloma virus anche per gli uomini, il meningococco;

Promuovere attività formative periodiche all’interno delle strutture sanitarie regionali, al fine di sensibilizzare sia il personale, sia l’utenza che riceve le prestazioni al diverso orientamento sessuale e alla diversa identità di genere. È importante, inoltre, che le strutture sanitarie, come le sale d’attesa dei consultori e gli ambulatori di ginecologia o andrologia, dispongano di materiali informativi legati a rapporti non solo eterosessuali;

Regolamentare in modo omogeneo su tutto il territorio regionale la raccolta delle dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario attraverso l’istituzione di un registro regionale, con accesso ai dati tramite Carta Regionale dei Servizi-Tessera Sanitaria, come recentemente approvato dalla Regione Friuli Venezia Giulia;

Aprire una riflessione urgente in sede di Commissione Inter-Aziendale Aids per valutare insieme alle associazioni presenti, se esiste una reale necessità di riformulare il servizio Ambulatorio MTS del Policlinico S. Orsola-Malpighi.

 

Lavoro

Uno studio della Fondazione Rodolfo De Benedetti, indagando le discriminazioni sul lavoro, sostiene che una persona omosessuale dichiarata abbia il 30% in meno di possibilità di essere assunta rispetto a chi, a parità di curriculum, nasconde la propria omosessualità. Il problema aumenta per le persone trans, poiché i dati raccolti dall’Agenzia Europea per i diritti fondamentali (FRA) pubblicati nel 2014 indicano che solo il 51% delle persone trans intervistate avevano un lavoro retribuito rispetto al 68,4% della popolazione generale, e che il 33% ha dichiarato di essere stata discriminata durante la ricerca di un lavoro. Tra le cause individuate spiccano l’assenza o l’inadeguatezza di misure legislative volte a promuovere l’uguaglianza di trattamento per le persone trans nel mondo del lavoro, nonché le difficoltà legali di ottenere documenti anagrafici che rispecchino l’identità di genere della persona.

Inoltre, nonostante la circolare del 2013 dei Ministeri al Lavoro e alla Salute ribadisca il divieto per i datori di lavoro di richiedere il test Hiv o comunque lo stato sierologico dei lavoratori e delle lavoratrici, permangono casi in cui ciò accade o in cui la reale o presunta sieropositività diventa causa di discriminazione o esclusione dal lavoro.

La pubblica amministrazione ha il dovere di farsi capofila di buone pratiche e di promuovere nel territorio la creazione di ambienti lavorativi inclusivi nei confronti di tutte le diversità. La produttività è

necessariamente legata anche al benessere di lavoratori e lavoratrici e ad una valorizzazione che tenga conto delle specificità individuali. Le azioni di contrasto a omo/lesbo/transfobia, di sensibilizzazione alle diversità e rispetto delle identità, non solo migliorano l’ambiente di lavoro per le persone lgbt, ma aumentano il benessere complessivo dei luoghi di lavoro, implementando efficacia e produttività. Va sottolineato in questo senso il lavoro dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Bologna (capofila dell’Asse Lavoro della Strategia UNAR contro la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere), che ha promosso, in collaborazione con l’Alma Mater, una ricerca su pregiudizi e discriminazioni tra i dipendenti del Comune e un percorso formativo su scala regionale destinato alle figure apicali della Pubblica Amministrazione.

Azioni necessarie:

Valorizzare il percorso effettuato dall’Ufficio Pari Opportunità del Comune con opportuni investimenti che lo mettano nella condizione di progettare nuove azioni di ricerca e formazione sulle discriminazioni su scala metropolitana, tanto nella pubblica amministrazione quanto nelle aziende partecipate;

Sperimentare percorsi pilota di diversity management nei settori della pubblica amministrazione e valorizzare quelli che si sviluppano in ambito privato, promuovendo il confronto e lo scambio di buone pratiche tra i due contesti;

Elaborare strumenti di sanzione pubblica nei confronti degli episodi di discriminazione sul lavoro che emergono nel territorio;

Promuovere strumenti concreti di accesso al lavoro per le persone transessuali.

 

Scuola e Università

La formazione scolastica avviene nell’età in cui si compone il tessuto della propria identità (personale, sociale, sessuale…), le responsabilità crescono, si stabiliscono riferimenti nuovi tra sé, la famiglia e i coetanei, si affrontano le varie trasformazioni, percependosi per la prima volta come attori sociali. Il costo di alcune differenze identitarie (essere migranti o figli di migranti, omosessuali, transessuali) può rendere questa prova generale più faticosa che stimolante, se non addirittura drammatica. In particolare gli adolescenti lgbt devono scontrarsi con la difficoltà nel trovare informazioni corrette e modelli positivi cui fare riferimento, mentre sono facilmente esposti ad atteggiamenti ostili o a volte violenti in ambito scolastico o extra-scolastico. La scuola è spesso il terreno fertile in cui pregiudizi e discriminazioni ai danni di adolescenti lgbt possono mettere radici. Prevedere per studenti e docenti percorsi di formazione sulle differenze è fondamentale per creare nelle scuole un ambiente sano e inclusivo.

Anticipando le direttive europee, da anni le associazioni lgbt organizzano nelle scuole e negli atenei corsi di inclusione all’alterità e lotta al bullismo omotransfobico. Di recente questi interventi sono divenuti bersaglio di un’opposizione ostinata da parte delle destre e di alcuni gruppi religiosi.

Le istituzioni di questa regione sono state d’altro canto promotrici di progetti di formazione sulle tematiche dell’identità sessuale e della lotta all’omofobia. Tra questi il corso all’interno del progetto “Educare alle differenze”, proposto dal Comune di Bologna a educatori e educatrici dei nidi d’infanzia e alle e agli insegnanti delle scuole per l’infanzia della città, e “W l’amore”, corso di educazione all’identità sessuale finanziato dalla Regione Emilia-Romagna.

La scuola è inoltre il primo vero incontro delle famiglie omogenitoriali con le istituzioni: è perciò il primo luogo

istituzionale che ha dovuto fare i conti con una nuova forma di famiglia, che negli ultimi dieci anni da caso sporadico è diventata realtà diffusa, da nord a sud, isole comprese. Ma le famiglie omogenitoriali, così come tutte le altre famiglie (monogenitoriale, ricomposta, ricostituita, allargata…) si scontrano con la reiterazione di un modello sociale e culturale dominante che continua a marginalizzare le alterità.

E’ perciò indispensabile che le istituzioni salvaguardino il carattere laico e pubblico del sistema scolastico, come previsto dall’art.33 della Costituzione.

 

Azioni necessarie:

Consolidare e implementare il progetto “Educare alle differenze” estendendolo ai territori della Città Metropolitana, a tutte le scuole dell’infanzia statali, convenzionate, in gestione indiretta, facenti parte del sistema integrato;

Promuovere un protocollo con l’Ufficio Scolastico Provinciale per sviluppare un’attività di ricerca per acquisire negli ambienti scolastici dati obiettivi sul fenomeno del bullismo omo-transfobico; progettare attività di formazione, per prevenirlo e contrastarlo, rivolta agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado;

Progettare attività di formazione rivolte al personale scolastico e agli operatori socioeducativi;

Promuovere diverse modalità di sensibilizzazione alle tematiche lgbt all’interno

dell’Università di Bologna.

 

Sport

Lo sport è un ambiente di formazione e di sviluppo, di valorizzazione del merito, di solidarietà, dove le

differenze sono utili, anzi necessarie, al raggiungimento di obiettivi comuni.

Ma la maggior parte degli ambienti sportivi è anche permeata da una cultura sessista e maschilista, che impone ruoli di genere stereotipati, che obbliga gay e lesbiche a nascondersi, che innesca dinamiche di stigmatizzazione, bullismo o totale rimozione.

Ancor più problematica è la condizione delle persone trans, le quali, oltre a subire quotidianamente forme violente di esclusione e aggressione, vivono una specifica discriminazione nell’accesso alla pratica sportiva di squadra e alle competizioni agonistiche: accade durante il transito ma talvolta anche quando il transito è concluso. Le persone transessuali sono spesso escluse dalle competizioni, sia da quelle femminili sia da quelle maschili. Nei casi in cui sono ammesse a competere – e normalmente, almeno per le persone in transito, ciò avviene considerando il sesso d’origine a prescindere dal genere di elezione – sono sottoposte a richieste irrispettose della loro identità di genere, quali norme sull’abbigliamento o l’obbligo di competere con i loro nomi anagrafici.

Azioni necessarie:

Formalizzare l’intransigenza nei confronti di qualsiasi pratica discriminatoria nelle convenzioni che assegnano in gestione gli impianti di proprietà pubblica;

Promuovere percorsi formativi per gli/le operatori/trici dello sport tramite specifici moduli contro omo/lesbo/transofobia, sessismo, xenofobia;

L’apertura di un tavolo metropolitano che coinvolga le società sportive e le sensibilizzi sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, stimolandole all’elaborazione e alla realizzazione di buone pratiche;

L’inserimento del contrasto alle discriminazioni di origine omo/lesbo/transfobica nella legge regionale sullo sport.

 

Le parole della città dei diritti

Il logo e la comunicazione del Bologna Pride 2015 nascono da una riflessione partita dalla campagna comunale di city branding, che invita a individuare le peculiarità e le eccellenze del territorio identificandole, attraverso il claim “è Bologna”, con la città stessa. La rete delle associazioni, accogliendo lo spirito partecipativo della campagna, ha affidato a quel claim una gamma di valori che tracciano il percorso verso la città dei diritti.

 

Se “Accoglienza è Bologna”

Gioco di squadra è Bologna”

Rivoluzione è Bologna”

allora “Bologna è Pride”.